Impara l’arte e NON metterla da parte.

Cultura e Territorio

Parliamo con…

Quando marketing e comunicazione incontrano cultura, filosofia e arte, il confine tra discipline si fa fertile terreno di idee.
Per raccontarlo al meglio abbiamo scelto chi sa muoversi con naturalezza tra questi mondi.

Martina Mazzotta: storica dell’arte, saggista, docente e curatrice che studia i rapporti tra la filosofia e l’arte, la musica, la magia e la scienza, e Associate Fellow all’Istituto Warburg/Università di Londra, oltre che collaboratrice della Domenica del Sole 24 Ore.

 

Buona lettura, con la prima parte della nostra intervista a Martina Mazzotta!

Ha lavorato sia in Italia che all’estero, collaborando con istituzioni come il Warburg Institute di Londra. Quali differenze ha riscontrato nell’approccio alla progettazione culturale tra questi contesti? Quali sono le differenze principali tra la comunicazione culturale in Italia e all’estero?

 

La Fondazione Mazzotta ha collaborato con numerosi enti e istituzioni, sia italiani che internazionali, dagli anni ’60 e fino al 2013 (io continuo ancora oggi a occuparmi di mostre – ma da curatore). Quello che riscontro è che in Italia tutto avviene in modo molto più rapido: siamo più flessibili e “acrobatici” nell’organizzazione di ciò che, all’estero, richiede spesso più passaggi. Da noi si riesce a comprimere i tempi con una rapidità sorprendente, ed è questo uno degli aspetti positivi del nostro ingegno italiano. La giungla in cui cresciamo – spesso priva di un sistema condiviso di regole fisse – probabilmente ci allena a essere rapidi, efficienti e a prendere decisioni con maggiore velocità.

 

La pars destruens è che, all’estero, c’è meno iniziativa individuale, spesso legata a imprevisti e mal funzionamenti, le regole e le policy condivise permettono un avanzamento più strutturato, talvolta con meno spazio per la creatività del singolo.

 

Un altro aspetto rilevante è che in Italia, oggi più che mai, tutto è molto politicizzato o vincolato a gruppi di potere che gestiscono quanto avviene in uno specifico territorio. Questo governo, ad esempio, è intervenuto con maggiore determinazione negli ambiti specialistici della cultura – basti pensare alle nomine dei direttori di musei, che non hanno mai fatto questo mestiere o non sono propriamente del settore – influendo sulle scelte relative ai programmi culturali o sull’andamento di istituzioni da tempo attive nell’ambito della cultura e della formazione. La politica e le logiche di gruppo in territori specifici, ancora oggi, si rivelano molto più presenti in diversi ambiti che includono la cultura, più di quanto non accada in Paesi quali l’Inghilterra o la Germania.

 

Di contro, in contesti come il Regno Unito o gli Stati Uniti, si è spesso più soggetti alle logiche della cancel culture e al pensiero woke. Questo porta a una certa uniformità e a un lavoro culturale sulla memoria che, talvolta, si basa su critiche non costruttive e poco fondate. Da noi, questi fenomeni sono ancora fortunatamente latenti.

 

Un’eccezione tutta italiana è rappresentata dalle amministrazioni locali e provinciali, che riescono a generare un impatto significativo sul territorio, utilizzando le iniziative culturali per promuovere l’inclusione a tutti i livelli e tra tutte le generazioni. È proprio lì, dove esiste maggiore autonomia, nel rispetto del ruolo da “civil servant”, come si dice in inglese, assunto da chi si occupa di cultura e formazione, che si sviluppano gli esiti più fecondi e interessanti.

 

In Paesi come Francia, Germania e Inghilterra la cultura – sia quella museale che quella tout court -è considerata un tassello fondamentale della politica: contribuisce all’immagine di affidabilità del Paese e ne alimenta la crescita. In Italia, invece, è ancora poco riconosciuta in questo senso. Basti pensare agli insegnanti che sono sottopagati o al fatto che la cultura, salvo eccezioni, non venga ancora percepita come parte integrante della vita quotidiana delle famiglie, né come occasione di formazione, benessere o welfare. All’estero, le persone sono più abituate a frequentare i luoghi della cultura: in molti casi, hanno alle spalle storie imperiali in cui i musei erano fondamentali nella politica interna. Da noi, questa pratica è meno consolidata. Oggi forse solo regioni come la Toscana e l’Emilia-Romagna prescrivono visite a musei o concerti come forme di welfare culturale, ma sono ancora pochi esempi. Al Sud, inoltre, questa visione è ancora meno diffusa: c’è una spaccatura che resta evidente, con grandi differenze a livello regionale. Ma, ed è questo il nostro paradosso, è proprio l’iniziativa di singole “eccellenze” che riesce a far funzionare la macchina con risultati originali e di qualità che si distinguono anche a livello internazionale.

 

Quali strategie stanno mettendo in campo all’estero per la promozione e comunicazione culturale del loro patrimonio? Che effetti hanno?

 

Sono impressioni personali, ma credo che la Francia sia oggi il Paese europeo più attivo nella promozione culturale. A Parigi, ad esempio, capita spesso di vedere per le strade manifesti pubblicitari dedicati a eventi letterari, libri, romanzi… È evidente come la Francia abbia sempre considerato i propri istituti culturali all’estero come elementi fondamentali della politica nazionale. Anche la Germania, con i suoi Goethe-Institut – presenti perfino in India e in Asia – è molto attiva. Il Regno Unito è abituato, non solo attraverso i media, a una comunicazione culturale estesa e diffusa nelle città. I musei statali – che, ricordiamolo, sono gratuiti – accolgono famiglie durante i giorni di vacanza; per la famiglia comune è del tutto normale andare al museo nel tempo libero o nei giorni di festa. Queste sono pratiche che permettono davvero a tutti di conoscere i luoghi più rappresentativi della formazione e della cultura, anche a livello interdisciplinare e spesso con legami forti con l’identità nazionale.

 

In Italia, invece, nel veicolare contenuti forti, l’identità è più regionale, frammentata. La politica centrale gioca un ruolo, ma molto è affidato alle politiche locali. Le eccellenze italiane si concentrano spesso in una figura che all’estero non esiste: quella delle soprintendenze, che rappresentano una vera specificità italiana. Sono figure competenti e garantiscono un presidio di qualità sui territori.

 

Tuttavia, c’è comunque uno scollamento tra la persona comune e la cultura che il nostro Paese può offrire. Le persone non conoscono monumenti o musei anche molto noti e rilevanti a livello nazionale: sembra un’ovvietà, ma è una realtà piuttosto grave. E non sanno cosa si perdono.

 

Questo è anche un problema di comunicazione. Spesso la comunicazione della cultura in Italia è improvvisata, approssimativa, in generale c’è poca preparazione anche a livello apicale. Il nostro umanesimo – che è la nostra primogenitura – non si è sviluppato in continuità con la formazione a tutti i livelli, nel dialogo con gli addetti ai lavori, tra scienza e arte. La promozione culturale si basa ancora troppo sugli stereotipi: la Venere di Botticelli che mangia la pizza o che va in giro in motorino. C’è poca valorizzazione delle competenze che invece l’arte e la cultura richiedono e molta improvvisazione, forse perché la cultura viene ancora vista da alcuni come un bene accessorio. Invece, è strettamente legata all’identità e alla stabilità di una nazione, di un territorio, e anche al benessere dell’individuo stesso. E quindi rappresenta una base fondamentale anche per la possibilità di fare business o aprirsi a scambi commerciali e culturali in modo serio. Lo aveva capito bene già Marco Polo, che partiva con un’identità propria profondamente radicata, necessaria per dialogare in modo fecondo con una cultura-altra.

 

Restando in tema con Marco Polo: oggi, ad esempio, sono i cinesi ad essere disperatamente alla ricerca di una memoria, mentre noi rischiamo di dimenticare la nostra. Dobbiamo formare i giovani all’apertura e al dialogo, attraverso la curiosità e un approccio comparativo, aperto al confronto e alla meraviglia, con culture diverse e lontane, al fine di costruire veri dialoghi; altrimenti, si perdono infinite opportunità, si resta indietro.

Parliamo con…

Quando marketing e comunicazione incontrano cultura, filosofia e arte, il confine tra discipline si fa fertile terreno di idee.
Per raccontarlo al meglio abbiamo scelto chi sa muoversi con naturalezza tra questi mondi.

Martina Mazzotta: storica dell’arte, saggista, docente e curatrice che studia i rapporti tra la filosofia e l’arte, la musica, la magia e la scienza, e Associate Fellow all’Istituto Warburg/Università di Londra, oltre che collaboratrice della Domenica del Sole 24 Ore.

 

Buona lettura, con la prima parte della nostra intervista a Martina Mazzotta!

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