Impara l’arte e NON metterla da parte.

Parte 2

Cultura e Territorio

Parliamo con…

Comunicazione culturale, social media e meraviglia.
Elementi complementari o inconciliabili opposti?

Per cercare di dirimere una delle questioni più dibattute oggi nel nostro settore, abbiamo intervistato Martina Mazzotta, storica dell’arte, docente e curatrice che studia i rapporti tra la filosofia e l’arte, la musica, la magia e la scienza, e Associate Fellow all’Istituto Warburg/Università di Londra, oltre che collaboratrice della Domenica del Sole 24 Ore.
Insomma, come direbbe un patafisico: “Mica patatine!”

Buona lettura, con la seconda parte della nostra intervista e Martina Mazzotta!

In un’epoca dominata dai social media, come si può fare divulgazione culturale senza banalizzarla?

Per fare divulgazione culturale oggi, in un’epoca dominata dai social media, bisogna tornare alle fonti. Non possiamo affidarci agli algoritmi: sono strumenti straordinari, certo, ma vanno sempre confrontati con ciò che avviene nel reale. Gli algoritmi ci propongono percorsi precostituiti, ci suggeriscono contenuti sulla base di un calcolo, ma le fonti ci permettono di andare oltre, di costruire connessioni inaspettate, divenendo letteralmente dei “creativi”.

Chi fa comunicazione deve proporre delle occasioni. Se non si offrono al pubblico sfide e stimoli per espandere i propri orizzonti, quegli orizzonti non si espandono da soli. La comunicazione ha quindi una grande responsabilità: proporre ciò che non si vede, convincere a scoprire ciò che ancora non si conosce. E questo ci riporta alla curiosità, quella curiosità che è il motore – citando Aristotele –verso la conoscenza.

In questo senso lavorare sulle fonti significa ampliare i nostri orizzonti e di conseguenza essere pronti a cambiare prospettiva. È un approccio che permette una pratica combinatoria, che ci consente di arrivare a mondi diversi, di esplorare nuove possibilità. È un po’ come il lavoro di un detective: si indaga, si cercano tracce, si mette insieme ciò che appare scollegato, in un modo creativo (e ricreativo) per arrivare a svelare ciò che – dalla superficie – non è visibile.

Il problema è che oggi c’è uno scollamento troppo forte tra la comunicazione sui social e la realtà, soprattutto nell’uso dell’informazione. Basta che una cosa venga “sparata” da una fonte qualsiasi, poi ripetuta da altri, e si distacca completamente dal contesto. È un meccanismo diseducativo. Per questo, lavorare sulle fonti è una lezione fondamentale da trasmettere ai più giovani. Dovrebbero imparare a chiedersi che senso ha ciò che leggono, che impatto ha, che valore può avere. Non si tratta di opporsi ai social o agli strumenti digitali, ma di usarli con consapevolezza. Oggi, invece, tutto avviene per impulso, per istinto, e questo è pericoloso.

 

La meraviglia è un tema ricorrente nei suoi progetti. Come si può tradurre questo sentimento in una strategia di comunicazione efficace?

 

Quando si comunica qualcosa, e soprattutto qualcosa di culturale, bisogna a mio avviso affrontare la comunicazione come un’esplorazione, come un viaggio. A volte lo sguardo esterno, fresco, di chi si avvicina a uno studio o a un progetto può portare a una visione capace di traghettare il pubblico verso quello che si vuole raccontare. Chiedersi che senso e valore abbiano le cose è il primo passo per creare nuove connessioni, nuovi assemblaggi: si innestano così nel proprio mondo immaginario – che è diverso per ognuno – e proprio da lì può nascere quello stupore capace di aprire prospettive inaspettate anche per il pubblico.

 

La meraviglia è la fonte della ricerca e dello studio. Ma per studiare davvero non basta ripetere ciò che si è imparato, da “secchioni”: bisogna saper andare a fondo nelle cose e cercare “il diavolo che si nasconde nei dettagli”, l’inaspettato, tutto ciò che può diventare la chiave per intercettare il pubblico. E lo si deve fare con umiltà. Per studiare serve silenzio, ascolto. E oggi, purtroppo, non si è più umili. Il silenzio, l’analisi, la pazienza, il tempo: sono diventati disvalori, ma in realtà sono fondamentali per arrivare a una conoscenza vera, profonda. E solo chi ha acquisito questa conoscenza può permettersi di fare sintesi brillanti. Chi comunica deve saper fare sintesi, sì, ma lo può fare solo quando ha una visione dall’alto dei contenuti nel loro complesso. Quante volte oggi capita invece di vedere comunicazioni pressapochiste e superficiali, banali, (es. uffici stampa che non leggono neppure i contenuti di approfondimento!), perché tutto deve essere immediato.

 

Oggi sembra che il messaggio dominante sia quello della non-fatica, della scorciatoia, del “tutto e subito”. Ma questa logica va contrastata: la fatica, in realtà, nobilita davvero l’uomo. Lo porta ad approfondire, a rintracciare analogie, rimandi e corrispondenze miracolose tra realtà diverse, anche lontane.

È una cosa bella. Bisogna solo avere la disciplina per affrontarla. All’inizio, un po’ di fatica è necessaria. È un sacrificio che porta metodo, chiarezza e – in definitiva – ci porta ad aprirci e a scoprire qualcosa di sconosciuto – compresi i legami segreti e sottili che collegano le cose. Quello di inclusività è un concetto molto ampio.

 

Quali strumenti o linguaggi ritiene più efficaci per coinvolgere nuovi pubblici nella comunicazione culturale?

 

Il primo strumento davvero efficace è il coinvolgimento diretto: occorre portare le persone a fare esperienza in prima persona. Tra i media, funzionano molto bene i video, non tanto i reel brevissimi di Instagram, quanto prodotti più strutturati che offrano tempo e profondità.

 

È utile, poi, contaminare le nicchie: non vanno considerate mondi a parte, bensì porte d’ingresso per pubblici nuovi. Al tempo stesso bisogna integrare sempre di più i linguaggi e gli strumenti utilizzati dai giovani, senza demonizzarli, così da mantenere viva la loro attenzione.

 

Fondamentale è anche promuovere la lettura, non come fatica, ma come opportunità che rende la vita più interessante e più ricca. Oggi quasi nessuno legge, e questo rischia di farci superare da chi studia di più: anche in questo caso porto l’Asia come paragone, perché a mio avviso è più avanti di noi. Leggono, si informano, studiano approfonditamente ciò che produciamo, per studiarci e conoscerci e, di conseguenza, per “aprirsi”. Noi non facciamo altrettanto nei confronti delle culture lontane. Ma incontro anche tanti giovani curiosi e informati che guardano all’Asia, all’Africa, alle Americhe con acume e competenza.

Parliamo con…

Comunicazione culturale, social media e meraviglia.
Elementi complementari o inconciliabili opposti?

Per cercare di dirimere una delle questioni più dibattute oggi nel nostro settore, abbiamo intervistato Martina Mazzotta, storica dell’arte, docente e curatrice che studia i rapporti tra la filosofia e l’arte, la musica, la magia e la scienza, e Associate Fellow all’Istituto Warburg/Università di Londra, oltre che collaboratrice della Domenica del Sole 24 Ore.
Insomma, come direbbe un patafisico: “Mica patatine!”

Buona lettura, con la seconda parte della nostra intervista e Martina Mazzotta!

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